Stadio di proprietà: la Legge c’è, ma la burocrazia rallenta il processo

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Lo stadio di proprietà, la chimera italiana che all’estero è la prima forma di sostentamento oggi delle società di calcio. In Italia sono appena 5 stadi, nonostante la presenza di ben 100 club professionistici. Se ieri era un lusso, oggi è imprescindibile fare calcio senza. E ora anche le normative aiutano i club. Ma quali sono? Scopriamolo attraverso il II° capitolo del nostro reportage iniziato ieri.

Stadio di proprietà, la normativa in Italia

Oggi, ciò che porta soldi nelle casse di un club italiano sono per lo più i diritti televisivi. Una forma di guadagno che mette in secondo piano il tifoso da stadio. Il tifoso non è altro, a questo punto, che un contorno. Siamo lontani dal padre padrone nel calcio, dimenticatevi i Sensi, i Viola, gli Anconetani, i Sibilia e i Massimino. Oggi gli imprenditori investono nel calcio. Quelli italiani, lungimiranti, muovono i milioni e ora le leggi italiane si sono piegano. Quelli stranieri già da dieci anni ci provano. Qualcuno ha desistito, qualcun altro ha rilanciato… altri si sono trovati la tavola apparecchiata.

La Legge sugli stadi

Il calcio è un business, non sempre a perdere. Forse un tempo. Oggi non lo è più e qualcuno se ne è accorto. Siamo ancora lontani da poter dichiarare che tutte le forze in campo, Stato compreso, se ne rendano conto (vedi tassa sulla pubblicità ad esempio). Ma ci siamo. Quello che un tempo sembrava possibile è ora ammissibile. Un privato (o una società), può acquisire un bene pubblico comunale. È nata quindi quella che tutti conoscono la Legge sugli stadi. Si tratta del comma 304 inserito nella Legge n. 147 del 27 dicembre 2013, ossia la legge di stabilità per il 2014. In pratica la norma dispone una procedura burocratica semplificata. Questa consiste in uno studio di fattibilità e di un piano economico finanziario dell’accordo con uno o più società sportive beneficiarie. Ecco un estratto dalla Gazzetta Ufficiale, l’appendice a) del comma, appunto, 304. 


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I nuovi investitori

Nell’ultimo decennio si sono affacciati in Italia molti imprenditori decisi a fare soldi con il calcio. E l’italiano medio rimasto attaccato alla bella usanza della partita nel post pranzo della domenica pomeriggio, si chiede ancora perché… È semplice: dove ci sono persone ci sono anche i loro portafogli. E non ce li devono neanche portare perché ci andranno lo stesso attratti dalla partita di calcio.

Perché spendere milioni di euro per un centro commerciale anziché approfittare di una struttura solo da sistemare? Oddio… sistemare. Gli stadi italiani sono ben lontani dagli standard europei che oggi vediamo in tv. Ma meglio investire dove si può arrivare primi (ricordate l’imprenditore italiano dov’è?), che dove competere con le poche squadre ultra blasonate in Europa e dover spendere molto, ma molto di più. Oggi, ad esempio… val più la pena investire in una Salernitana che in un team europeo. Questo perché la macchina burocratica italiana è ancor figlia della sua stirpe.

Dove sono i nuovi imprenditori?

All’estero! Ma in Italia ci arrivano. Se in Serie B c’è l’americano Joe Tacopina che ha investito nel Venezia (i lagunari hanno lo stadio su un isolotto che si raggiunge col battello), in massima serie la lista di allunga. Sulle 20 società iscritte in Serie A, 6 hanno una firma straniera.

  • Alcuni si sono anche passati il testimone come alla Roma, da uno statunitense all’altro, ovvero da Thomas DiBenedetto a James Pallotta. Ma anche Pallota presto potrebbe operare una nuova staffetta. Il sindaco Raggi, la quale ha fondato la sua campagna elettorale contro i palazzari, non ci sente da quell’orecchio.
  • Commisso si è preso la Fiorentina in una settimana. Le porte chiuse ai Della Valle dall’amministrazione si sono magicamente aperte al nuovo patron americano. Non per mancanza di fondi però quanto ai comuni che si stanno azzuffando tra di loro per avere lo stadio a casa propria.
  • Sempre dal continente americano arriva Joey Saputo, magnate caseario canadese che si è preso il Bologna. E guarda un po’ anche qui, manco a dirlo, si gioca su due tavoli: dopo quello del campo, importante sarà la riqualificazione dello storico stadio “Dall’Ara”. Qui lo sgambetto burocratico potrebbe essere dietro l’angolo, con la susseguente decisione di costruire uno stadio ex novo per la squadra che tremare il mondo fa, come recitava il vecchio motto del team rossoblù.
  • Nel 2013 l’Italia e l’Inter conobbero Erick Thohir, il tycoon indonesiano, oggi ministro per gli affari economici del suo paese. Il suo interregno durò tre anni, il tempo di cedere le quote ancora all’estremo oriente, al cinese Steven Zhang.
  • Stesso destino orientale per il Milan. Dopo il trentennio berlusconiano il diavolo si ritrovò nelle mani di Li Yonghong. La sua presidenza durò però meno di un anno. Ancora un fondo americano entrò in possesso del club rossonero, l’Elliott Management Corporation che mise a capo un italiano, il banchiere Paolo Scaroni. La vicenda stadio è legata a doppio filo a quella dei cugini interisti e non è ancora chiaro quale che sarà il destino: due stadi separati o il restyling del “Meazza”?

E gli italiani?

Cellino di certo straniero non è ma, dopo aver avuto il Cagliari per oltre un ventennio ha fatto armi e bagagli andando a spendere nella Premier League. Una volta approfondito il mestiere come lo fanno là, ha capito che il vero investimento  è in Italia. È tornato e si è preso il Brescia, e sta già lavorando sul nuovo “Rigamonti”.

Al momento poco si muove, forse a causa di un background generazionale che vuole ancora il calcio un investimento a perdere.

SalernoSport24