Sannino: “Mai pronunciata quella frase. Lotito porterà la Salernitana in Serie A”

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La ripresa sarà dura, e tra i tanti che ne hanno pagato lo scotto c’è anche Giuseppe ‘Beppe’ Sannino, il mister ex Salernitana, ha dovuto lasciare l’Honvéd con il suo staff per far rientro in Italia. Libero da oneri contrattuali al momento, lo abbiamo intervistato per parlare di Salernitana e della situazione che lo ha visto al centro dell’attenzione a fine febbraio.

Salernitana, Coronavirus e l’Honvéd nelle parole di Sannino

Sembrava che all’Honvéd la parabola di Beppe Sannino stesse riprendendo quota dopo qualche passaggio sfortunato. Come per… è il caso di dire tutti, le abitudini sono cambiate, e ora la volontà comune è solo quella di tornare ad una vita normale. SalernoSport24 ha intervistato l’ex tecnico della Salernitana.

Chi Giuseppe Sannino

Nella sua vita professione e personale c’è sempre stata Varese, città nella quale ha iniziato a giocare al calcio, e che l’ha visto emergere come allenatore. Poi tante parentesi, 25 in tutto con 66 panchine in massima serie, settori giovanili compresi. Tra queste c’è anche un’esperienza a Salerno che lo vide, suo malgrado, al centro di un equivoco. Gli fu, infatti, attribuita una frase nei confronti della gente di Salerno. E oggi, dopo un’altra parentesi, in Ungheria all’Honvéd, ha scelto di dirci la sua su quanto accadde. 

Partiamo dal principio… lei è campano? Nato a Ottaviano, ma poi? Cosa conserva dei natali?

«Io sono un napoletano del mondo! Anche se sono cresciuto a Torino, mi considero campano».

È vero che da piccolo la chiamavano ‘ciabattino’?

«Come tutti i bambini di una volta, giocavo per strada con gli amici. E si usavano le ciabatte per fare le porte. Dai noi si chiamavano bichini, che oggi sono un’altra cosa… È una cosa che non c’è più, oggi si finisce direttamente nelle scuole calcio».

Facciamo un salto, arriviamo a Salerno: cosa non ha funzionato (epilogo a parte) e cosa conserva di bello della città?

«Quando si sbaglia, si sbaglia in due. Ma io credo che, soprattutto, sia mancata la dovuta risolutezza all’interno della rosa. Credo di aver fatto un ottimo lavoro, ma quando non si prendono decisioni lì dove, invece, bisognerebbe intervenire, e tempestivamente, accade quel che accade. Cresce il malumore e si finisce per non lavorare bene. Non è un caso che quando sono andato via, anche alcuni elementi della rosa hanno cambiato maglia… Mi dispiacque molto lasciare Salerno, è una città bellissima nella quale mi sono trovato molto bene. Quando ne ho la possibilità non perdo occasione per fermarmi in città. E credo che meriti la Serie A, Lotito sono certo che saprà dargliela perché è unno dei migliori dirigenti sportivi che ci sono in Italia. Non ho mai avuto un rapporto così con un presidente, sempre attento, presente e disponibile, così come Mezzaroma».

Sempre ‘epilogo a parte’, quella frase incriminata quanto era figlia della frustrazione per il risultato, piuttosto che di quel che pensa davvero?

«Partiamo da un presupposto: la frase che mi viene attribuita non l’ho mai pronunciata (“Non hanno mai visto il calcio”, ndr). Ero squalificato per la partita con la Pro Vercelli, per cui seguii la gara da un box della tribuna stampa. Facemmo una gran partita e avremmo meritato di vincerla. Loro pareggiarono sul finire, e la gente ci fischiò. Io non capivo e mi chiesi perché. Il giornalista presente riportò qualcosa di diverso. Non sapevo quanto stesse per accadere, chiesi spiegazioni e prove di quanto accaduto, nulla fu riprodotto. Viste le condizioni a quel punto decisi di rinunciare ad incarico e soldi. Mi dispiacque molto».

Quando a febbraio era rientrato in Ungheria dall’Italia, come si è sentito rispetto alle misure che stavano adottando nei suoi confronti e del suo secondo? 

«Accadde tutto nel week-end in cui scoppiò la ‘bomba’ del Coronavirus in Italia. Dopo la partita, io e il mio secondo, tornammo in Italia, vi rimanemmo appena un giorno. Rientrati a Budapest, non ci rendemmo conto di niente, l’aeroporto era pieno di gente d’altra parte. L’Honvéd è un club molto importante in Ungheria, hanno un centro con l’academy con 150 ragazzi e la prima squadra, tutto in uno. Come è giusto che fosse, per salvaguardare tutti, abbiamo fatto 15 giorni chiusi in casa. Dopo abbiamo ripreso le nostre abitudini. Abbiamo giocato in coppa e una partita di campionato a porte chiuse. Dopodiché c’è stata la chiusura. Poiché non sapevamo quali potessero essere le condizioni future, abbiamo deciso, in come accordo con la società, di sciogliere i nostri contratti. Il mio secondo Alessandro Recenti è di Bergamo e, giustamente, ha preferito rientrare dalla famiglia. Con noi c’era anche Vlada Avramov, in qualità di allenatore dei portieri, il quale è poi rientrato in Serbia dalla moglie.

Finito tutto questo pensa che tornerà all’Honvéd?

«Ora di guardare al futuro non se ne parla, l’unica cosa importante è riuscire a ritrovare la quotidianità perduta».

SalernoSport24
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